Centro Corriè, Ovada, 1 giugno 2008
“Dove troveremo tutto il pane / Per sfamare tanta gente?”
Questi versi di una famosa canzone scout tornano alla mente pensando allo scandalo della fame. Certo, occorre adottare degli stili di vita e di “consumo” compatibili con criteri di giustizia internazionale, ma concretamente “dove troveremo tutto il pane” per sfamare i poveri del mondo?
Si tratta di 2500 milioni di persone, sparse in Asia, Africa, Sud America, quel nuovo “terzo mondo” che continua ad essere povero, in gran parte poverissimo, afflitto da fame, malattie, mancanza di abitazioni decenti, di elettricità, di gabinetti e fognature e di acqua pulita. Eppure sono gli abitanti di questo terzo mondo che producono molte delle derrate agricole che fanno opulenti le mense dei 2000 milioni di abitanti del “primo mondo” e degli altri più di 2000 milioni di abitanti dei paesi emergenti di un “secondo mondo” – Cina, India, Sud est asiatico – sempre più avidi di benessere anche alimentare. Sono gli abitanti del “terzo mondo” che coltivano i campi, scavano i pozzi e le miniere da cui vengono i prodotti agricoli, le fonti di energia e i minerali che, trasformati, permettono agli abitanti del primo mondo di avere tutte le comodità, più o meno frivole. E gli abitanti del primo mondo che cosa fanno, oltre ad inviare qualche soldo che finisce, spesso, nelle tasche e negli armamenti delle oligarchie del terzo mondo?
Per sconfiggere la fame occorrono riforme dei mercati e dell’economia mondiale, il cui funzionamento è alla base delle violenze e delle speculazioni che provocano l’aumento dei prezzi delle derrate agroalimentari, ma occorre altresì aumentare la disponibilità fisica di tali derrate – prodotti agricoli, carne e pesce e acqua – attraverso un aumento delle conoscenze tecnico-scientifiche e attraverso una meno iniqua distribuzione di quello che è disponibile.
I bisogni alimentari variano molto non tanto da persona a persona quanto da paese a paese; i fisiologi indicano di quanta energia, di quante proteine e di quante altre sostanze il corpo umano ha bisogno nelle varie fasi della crescita e della maturità.
I prodotti agricoli di interesse alimentare hanno un “valore energetico” che dipende dalla composizione chimica, cioè dalla presenza dei principali ingredienti (zuccheri, amido, grassi, proteine) e dal contenuto di acqua. Però solo una parte delle sostanze importanti dal punto di vista alimentare, presenti nei prodotti agricoli, diventa “cibo” umano.
Se si somma il contenuto di energia e di proteine dei raccolti agricoli alimentari mondiali – due miliardi all’anno di tonnellate di cereali, altri due miliardi di tonnellate di leguminose, verdure, alimenti zuccherini, semi oleosi, carne, latte, uova, eccetera – si vede che essi “sarebbero” sufficienti a sfamare tutti gli abitanti della terra, ma un terzo dei terrestri consuma più della metà dei prodotti alimentari disponibili; inoltre molti prodotti agricoli sono impiegati per la zootecnia che fornisce carne e proteine pregiate agli abitanti dei paesi ricchi.
Per fare dei conti sulla disponibilità globale di alimenti bisogna accontentarsi di varie approssimazioni: cominciamo a considerare che il 65% circa delle sostanze energetiche e proteiche utilizzate dai circa 6.600 milioni (2008) di abitanti della Terra sono fornite dai cereali (frumento, mais, riso, orzo, avena, miglio e pochi altri). La produzione di cereali, dopo un balzo avanti notevole negli ultimi venti anni, da alcuni anni è ferma intorno a 2.200 milioni di tonnellate all’anno.
L’altro 35% del fabbisogno alimentare globale è assicurato da grassi, carne, latte, uova, soia, arachidi, verdura, frutta, patate, zucchero, eccetera.
Una parte delle disponibilità alimentari va perduta perché i raccolti agricoli sono attaccati dai parassiti e vanno a male a causa delle scadenti condizioni di conservazione; una parte va perduta nei processi di trasformazione.
Inoltre una parte dei cereali e di altri vegetali non viene utilizzata direttamente per l’alimentazione umana, ma viene impiegata, come si è accennato, per |’alimentazione del bestiame da allevamento che fornisce la carne, il latte, le uova, alimenti biologicamente pregiati, soprattutto per l’elevata qualità delle loro proteine.
Nei paesi industrializzati, “sviluppati”, come si dice, con circa 2.000 milioni di abitanti, il contenuto energetico del cibo disponibile arriva, in media, a oltre 12 MJ/giorno/persona (circa 4.000 MJ/anno/persona). Per i restanti circa 4600 milioni di persone risulterebbero disponibili, sempre in media, circa 2.500 MJ/anno di energia alimentare. Tenuto conto che il fabbisogno energetico medio per persona è di 3500 MJ/anno, risulta che molte centinaia di milioni di terrestri sono al limite della disponibilità di energia alimentare e alcune centinaia di milioni sono anche sotto tale valore.
In altre parole, a pochi, 2000 milioni, tanti alimenti (8 TJ/anno, 4000 MJ/anno/persona) e a tanti, 4600 milioni, pochi alimenti (12 TJ/anno, 2500 MJ/anno/persona). Il problema è tutto lì.
Ma il “valore energetico” è solo uno dei parametri con cui giudicare |’attitudine degli alimenti a soddisfare le necessità umane. L’altro ingrediente indispensabile alla vita è rappresentato dalle proteine, il cui fabbisogno, per ciascuna persona, è molto variabile e dipende dalla “qualità” biologica delle proteine stesse: occorrono infatti circa 150-200 g di proteine vegetali (cereali, legumi) per ottenere lo stesso effetto biologico di 100 g di proteine animali (latte, carne, uova). Si può, anche qui, prendere un valore medio del fabbisogno proteico individuale corrispondente a circa 70 grammi di proteine al giorno, meta di origine vegetale e meta di origine animale, corrispondente ad un fabbisogno di proteine di circa 25 kg/anno/persona.
Operando con grossolana approssimazione – è inevitabile quando si ha a che fare con così grandi quantità di materiali e di persone – si può dire che tutti gli alimenti disponibili in un anno nel mondo contengano l’equivalente di circa 250 milioni di tonnellate di proteine, meno di 40 kg/anno/persona, meno del doppio del fabbisogno individuale medio.
Ma anche qui i numeri non debbono trarre in inganno, perché circa la metà delle proteine disponibili é presente negli alimenti di origine animale, biologicamente “ricchi”, consumati da circa un terzo dei terrestri, quelli dei paesi più industrializzati, mentre l’alimentazione degli altri due terzi dei terrestri ha un contenuto di proteine che è spesso al di sotto del fabbisogno minimo, tanto che spesso le malattie da sottoalimentazione sono malattie da carenze proteiche. È tipico il caso della pellagra ancora diffusa nelle popolazioni la cui alimentazione è basata principalmente sul mais.
Altre malattie, infine, derivano da carenze di vitamina A, di vitamina D e di altre vitamine. Gli squilibri nutritivi spesso sono dovuti ad una alimentazione eccessivamente omogenea e alla mancanza di sufficienti alimenti di origine animale.
Proviamo a guardare ad un futuro vicino, fra “appena” una quindicina di anni, diciamo nel 2025. Immaginando che resti stazionaria la situazione degli attuali consumi individuali, il solo aumento della popolazione a, diciamo, 7500 milioni di persone, nel 2025 comporterebbe una richiesta di alimenti aventi un “valore energetico” di 14 TJ/anno e un contenuto di circa 300 milioni di t/anno di proteine. Se restasse costante la disponibilità di energia e proteine nei paesi del “primo mondo” e aumentasse un poco la disponibilità di fattori nutritivi degli abitanti di quelli che sono stati indicati come “secondo” e “terzo” mondo, il fabbisogno globale aumenterebbe dagli attuali circa 12 TJ/anno a circa 16-18 T)/anno e quello di proteine a circa 400 milioni di t/anno.
Si possono ovviamente prevedere diverse combinazioni dei vari fattori alimentari e della loro distribuzione, ma è prevedibile che la richiesta mondiale nel 2025 di cereali difficilmente potrà essere inferiore a 2,5 miliardi di t/anno, anche tenendo conto delle inevitabili perdite di trasformazione, e di formazione delle proteine animali.
Il problema non sarebbe irrisolvibile sul piano tecnico (con l’impiego di sementi a maggiore resa per ettaro, con la messa a coltura di nuove terreni), ma molte delle soluzioni “tecnologiche” prospettate sono devastanti per la fertilità del suolo, per la necessita di impiegare crescenti quantità di concimi e pesticidi (con relativo inquinamento), per la stabilità degli ecosistemi e per la conservazione di quella diversità biologica fra le specie vegetali e animali da cui dipende la possibilità di continuare in futuro le coltivazioni.
All’impoverimento della disponibilità futura di prodotti alimentari contribuisce la progressiva erosione del suolo, e specialmente dei suoli fertili, dovuta a un eccessivo sfruttamento dei suoli agricoli, all‘estensione delle città e delle strade, all’abbandono delle terre da parte dei contadini e dei latifondisti che trovano più redditizi investimenti in altre attività, la crescente prevedibile scarsità di acqua. A tale impoverimento contribuisce anche, da alcuni anni, l’utilizzazione di prodotti di importanza alimentare – soprattutto mais e soia ma anche zucchero di canna – per la produzione di carburanti alternativi al petrolio, i cosiddetti biocarburanti. Soprattutto alcol etilico (ribattezzato “bioetanolo”) dalla fermentazione di prodotti zuccherini e amidacei, come surrogato della benzina, e grassi e esteri degli acidi grassi come sostituti dei carburanti per motori diesel. Tanto da far dire a molti che la politica dei biocarburanti, “toglie di bocca” la tortilla ai sudamericani per far correre i potenti SUV dei paesi ricchi. Il che è vero: i carburanti di origine vegetale potrebbero sostituire quelli di origine petrolifera, sempre più scarsi e anche più inquinanti, se fossero ottenuti, come è possibile fare, da prodotti di scarto agricoli e forestali, da residui lignocellulosici, eccetera.
Con una crescente richiesta e con crescenti prezzi dei prodotti alimentari dovremo comunque fare i conti. Che fare? Ritorna sempre di attualità il problema della limitazione della popolazione, ma la popolazione di chi? Siamo in troppi sulla Terra o sono troppo elevati i consumi e gli sprechi di alcuni? Un rallentamento del tasso di crescita della popolazione mondiale è in atto; la popolazione di molti paesi, quelli del primo mondo, è già stazionaria e in leggero declino, al punto che molti paesi “devono” importare, oltre a derrate alimentari, mano d’opera dai paesi poveri ad elevata natalità. Un aspetto che dovrebbe indurre a rivedere tutta la politica dell’immigrazione nei paesi industrializzati e che rende manifesta la grande menzogna che sottende tale politica.
D’altra parte in molti paesi “arretrati” la popolazione di bambini e in età fertile è molto numerosa e si allunga anche in questi la vita media, il che comporta un aumento della popolazione di anziani, con molti problemi di giustizia, di assistenza medica, di abitazioni, e con gli stessi problemi di domanda di alimenti che abbiamo visto prima. Le statistiche mostrano che, anche se si arrivasse ad una stabilizzazione della popolazione mondiale dagli attuali 6600 a 10.000 milioni di persone, aumenterebbe la frazione di anziani e diminuirebbe la frazione in età lavorativa, indispensabile se non altro proprio per la produzione di alimenti.
Il problema della prevedibile, crescente, scarsità di cibo nel mondo, anche nel solo vicino orizzonte temporale qui esaminato, non si risolve quindi con semplicistiche soluzioni neomalthusiane ma con riforme agrarie e fondiarie, modificazioni delle colture agricole e degli allevamenti zootecnici, innovazioni nelle tecniche di conservazione e trasformazione dei raccolti, nonché opere di distribuzione delle acque e di difesa del suolo contro l’erosione nei vari bacini idrografici del mondo; ma occorre anche incoraggiare delle modificazioni nei consumi alimentari, la diminuzione degli sprechi, l’aumento della componente vegetale degli alimenti, rispetto a quella animale che comporta maggiore dissipazione di ricchezze ecologiche e nutritive.
Gran parte, inoltre, dei sottoprodotti e scarti agricoli e dell’industria alimentare potrebbero essere utilizzati con nuovi processi e cicli produttivi per aumentare, per esempio, la componente proteica del cibo. Il punto fondamentale sta nel fatto che qualsiasi azione verso la lotta alla scarsità di cibo comporta azioni finora scartate o scoraggiate sul terreno della convenienza “economica”.
Si pensi all’abbandono di colture agricole e di piante alimentari nell’Unione europea per non deprimere il prezzo dei prodotti, alla distruzione delle eccedenze agricole che l’economia capitalistica è incapace di concepire che possano essere distribuite ai paesi sottoalimentati o utilizzate a fini alimentari con processi e prodotti diversi dagli attuali. Ogni anno nel mondo si producono circa 600 milioni di t di latte; dalla produzione del burro e del formaggio e dai relativi sottoprodotti si possono ricavare concentrati proteici e alimenti ben diversi da quelli “raccomandati” dalla melensa pubblicità dei paesi industriali.
Solo un altro esempio dei tanti processi che potrebbero alleviare la crisi alimentare con materie non convenzionali e adatte ai paesi più poveri di alimenti. Tale crisi è dovuta non solo alla insufficiente disponibilità di sostanze energetiche ma alla carenza di proteine ricche di amminoacidi essenziali, quelli che l’organismo umano non è capace di sintetizzare e che devono essere apportati con la dieta. Gli amminoacidi essenziali sono più diffusi negli alimenti di origine animale (carne, latte, uova), ma si possono trovare anche nelle proteine di molti vegetali, specialmente nelle foglie. Del resto le insalate, gli spinaci, sono proprio alimenti pregiati a base di foglie, anche se hanno l’inconveniente di avere una “vita utile” breve.
In molti hanno pensato di estrarre le proteine dalle foglie in una forma facilmente conservabile. Nel 1942, in periodo di guerra, N.W. Pirie (1907-1997), un chimico inglese della stazione sperimentale di agricoltura di Rothamsted, ha cominciato a condurre ricerche sull’estrazione di proteine dalle foglie con un processo consistente nell’omogeneizzare le foglie, che hanno un elevato contenuto in acqua, nell’estrarre un succo e nel fare coagulare le proteine. Con |’estendersi del benessere e della disponibilità di alimenti di origine animale il processo è stato accantonato. Viene riscoperto adesso e vari studiosi hanno ripreso le ricerche i cui risultati potrebbero essere applicati alle foglie di piante esistenti nei paesi che più soffrono di carenze proteiche.
Grandi quantità di raccolti e di alimenti vanno perduti perché, nel “terzo mondo”, mancano tecniche di conservazione che potrebbero anche essere semplici: essiccatoi solari, silos per evitare l’attacco dei parassiti, tecniche di trasformazione sul posto dei prodotti agricoli, zootecnici e della pesca, molto più semplici di quelle dei grandi stabilimenti industriali e che potrebbero utilizzare esperienze e materiali locali. Oltre a dare qualche soldo in elemosina alle innumerevoli organizzazioni che promettono di aiutare qualche abitante di qualche paese povero del mondo, sarebbe necessario investire e incoraggiare la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie intermedie, appropriate, che utilizzino le conoscenze scientifiche dei paesi ricchi per conservare e trasformare, nei paesi poveri, gli alimenti locali, per depurare le acque, per migliorare le condizioni igieniche, fattori indispensabili per liberare dalla miseria, dalla fame, dalla sete e dalle malattie e epidemie miliardi di persone.
L’altra grande materia naturale essenziale per soddisfare i bisogni alimentari umani è costituita dall’acqua: sul pianeta Terra, fra oceani e continenti, si trova una riserva, uno stock, di circa 1.400 milioni di chilometri cubi di acqua ma la disponibilità di acqua dolce, relativamente accessibile, utilizzabile per le case e le città, per i campi e nelle industrie si può stimare fra 1 e 3 milioni di km3. Va notato che c’è anche in questo caso una grandissima confusione nelle stime e ben poco accordo fra gli specialisti.
L’acqua serve per soddisfare i bisogni alimentari e di igiene personale e domestica, in quantità molto variabili fra 10 e 100 m3/anno/persona: questi usi da soli richiederebbero fra 50 e 500 km3/anno. Ma l’agricoltura è il principale settore che assorbe acqua. Anche qui le stime variano molto a seconda delle condizioni climatiche, delle specie coltivate, eccetera; nel caso dei cereali in colture irrigate si può calcolare un “costo in acqua” di circa 500 m3/tonnellata di cereali; una parte di quest’acqua viene restituita alle falde sotterranee e una parte va “perduta” per evaporazione. Calcolando che solo una parte delle colture agricole siano irrigue, si può stimare che l’agricoltura richieda da 200 a 2.000 km3 di acqua all’anno. Siamo quindi di fronte ad una crescente domanda di acqua dolce e ad un crescente impoverimento della qualità delle riserve di acqua dolce.
Un alleggerimento di questa situazione insostenibile richiederebbe delle azioni dirette ad una revisione dei consumi di acqua, a modificazioni dei cicli produttivi e delle pratiche agricole e zootecniche in modo da diminuire la quantità di acqua prelevata dai corpi idrici naturali e l’inquinamento delle riserve idriche. Nello stesso tempo il miglioramento della quantità e della qualità dell’acqua disponibile per usi igienici e domestici nei paesi del Sud del mondo è indispensabile per sconfiggere molte malattie portate dall’acqua contaminata.
Nel guardare al futuro non vanno dimenticate le prospettive di ottenere acqua dolce dal mare o dalle acque salmastre con processi di dissalazione che, pur richiedendo energia, consentono di “fabbricare” nuova acqua dolce da acqua oggi inutilizzabile, con tecniche ormai ben note e perfezionabili, anche utilizzando fonti di energia rinnovabili.
Va infine tenuto presente che l’aumento della domanda di energia idroelettrica (l’unica fonte di elettricità rinnovabile e relativamente poco inquinante) è possibile solo con profonde modificazioni dei corsi di acqua, con la creazione di dighe e laghi artificiali che possono compromettere, in maniera difficilmente prevedibile, la disponibilità futura di acqua dolce a causa dell’aumento dell’erosione del suolo, dell’aumento della salinità delle acque, dell’abbassamento delle falde sotterranee, tutti fattori che contribuiscono a rendere più difficile l’aumento della produzione di alimenti.
Occorre infine un nuovo “governo” dell’acqua, dalla disponibilità agli usi finali; tale governo può operare in modo efficace avendo come riferimento le uniche unita territoriali sensate, che sono i “bacini idrografici”. I confini politici e amministrativi degli stati e delle regioni non coincidono quasi mai con quelli dei bacini idrografici, disegnati dalla natura e rappresentati dagli spartiacque, e molti bacini idrografici si estendono in diversi paesi, ciascuno dei quali crede di essere padrone del pezzo di fiume e delle valli che rientrano nei suoi confini. Di qui le innumerevoli guerre per l’acqua, destinate a moltiplicarsi in futuro, proprio man mano che aumenta la richiesta di acqua in agricoltura come conseguenza dell’aumento della richiesta di alimenti.

Lascia un commento