Transizione demografica e anziani (a 40 anni dalla “Humanae vitae”)

Transizione demografica e anziani

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 8 aprile 2008

Quaranta anni fa Paolo VI pubblicava l’enciclica “Humanae vitae”, in un periodo di grandi mutamenti, innovazioni e speranze; negli anni precedenti molti studiosi avevano messo in evidenza il rapporto fra l’aumento della popolazione mondiale, specialmente in quello che era il “terzo mondo”, gli inquinamenti, l’impoverimento delle risorse di petrolio, acqua, suolo coltivabile, la produzione di alimenti, e alcuni auspicavano un rallentamento e una fermata della crescita della popolazione. Gli anni sessanta del Novecento erano attraversati dai movimenti femministi, dalla richiesta del diritto delle donne a gestire il proprio corpo e la propria sessualità, a regolare il numero dei figli. A questo fermento avevano contribuito alcune ricerche scientifiche come la sintesi, nel 1951, del primo contraccettivo orale, “la pillola”, che avrebbe rivoluzionato i costumi sessuali di miliardi di coppie e fatto concretamente diminuire il tasso di crescita della popolazione mondiale.

Ci furono, in quegli stessi anni sessanta, vasti dibattiti sulla posizione dei cristiani davanti a questi mutamenti di etica, di comportamenti, di idee; molti nella Chiesa cattolica erano contrari non solo al “controllo della popolazione”, come si diceva allora, ma a qualsiasi pratica per la limitazione della natalità. La coppia cattolica per evitare una natalità indesiderata poteva praticare atti sessuali, fare all’amore, insomma, soltanto nel breve periodo mensile in cui la donna non è feconda, un metodo detto “Ogino-Knaus”; era assoluto il divieto dell’’uso dei preservativi, di altre pratiche anticoncezionali e, a maggior ragione, dell’aborto. Poi c’era il problema della povertà; erano le coppie dei poveri, che avevano un maggior numero di figli e i demografi spiegavano che, quando aumenta il benessere, lo “sviluppo”, le coppie limitano il numero di figli e l’aumento della popolazione rallenta: una “transizione demografica”. Dello sviluppo aveva parlato lo stesso Paolo VI nel 1967, nell‘enciclica “Populorum progressio” (il cui 40° anniversario, l’anno scorso è passato quasi sotto silenzio, benché il documento avesse indicazioni di grande importanza per l’economia e anche per |’ecologia). In questa atmosfera Paolo VI decise di affrontare il problema della popolazione e della vita; l’enciclica “Humanae vitae” (1968) ammetteva che i cattolici potessero praticare una “paternità responsabile”: «In rapporto alle condizioni fisiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente o anche a tempo indeterminato, una nuova nascita.

Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale oggettivo stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società in una giusta gerarchia di valori». Fra le “condizioni fisiche” e i “doveri verso la società”, da considerare nella procreazione responsabile era implicita l’attenzione dei segni di una crescente scarsità degli alimenti, dell’acqua e di un crescente alterazione delle condizioni ambientali. Nel corso di 40 anni sono scomparsi i “comunismi”; due miliardi e mezzo di persone, dei paesi che allora erano del “terzo mondo” povero e sottosviluppato, costituiscono ora un mondo industrializzato contrapposto, con grande dinamismo, all’America del Nord e all’Europa; la “transizione demografica” si sta verificando con una velocità impressionante. Ho davanti le più recenti previsioni pubblicate dall’’Ufficio demografico delle Nazioni Unite sull’’aumento della popolazione mondiale. Nel 1970 la Terra era abitata da circa 3700 milioni di persone; nel 2008 la popolazione totale è circa 6500 milioni di persone: circa 1500 nei paesi industrializzati, circa 3500 nei paesi rapidamente emergenti e circa 1500 nei paesi poveri e poverissimi; nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe essere qualsiasi numero fra 8000 e 10.000 milioni di persone; non si tratta di “numeri”, ma di “persone”, diverse nel colore della pelle, nella religione, nelle lingue, ma con aspirazioni, speranze e bisogni comuni. Dal nostro punto di vista interessa cercare di capire come ciascuna persona e tutto il complesso della comunità umana “pesa” e “peserà” sull’ambiente, sulle risorse naturali, con la richiesta di spazio, di minerali, di alimenti, di acqua, di abitazioni, di energia e con la produzione di rifiuti.

Secondo le previsioni demografiche, in tutti i paesi resterà stazionario il numero dei bambini e dei ragazzi di età fino a 15 anni, e aumenterà rapidamente il numero delle persone di età superiore a 60 anni. Nei paesi industrializzati come l’Italia sta diminuendo la popolazione in età lavorativa, quella che crea reddito per mantenere i più giovani e i più anziani; cresce invece la popolazione in età lavorativa in Africa, America latina, Asia. Sarà perciò inevitabile una immigrazione di queste persone in Europa sia per occupare posti di lavoro che creino reddito, sia per assistere la popolazione anziana; detesto il termine “badante”, ma non c’è dubbio che l’aumento della popolazione di anziani crea nuovi bisogni, sia di compagnia, sia di merci e servizi. Se si guarda la pubblicità si vede che i fabbricanti – di automobili, scarpe e vestiti, mobili, apparecchi elettronici, orologi si rivolgono ad un mercato di giovani belli, eleganti, amanti del lusso. Ma se si gira nelle città, non dico nei quartieri proletari, ma anche in quelli borghesi e benestanti, si vede un crescente numero di donne e uomini anziani, spesso soli, talvolta dotati di pensioni anche decenti, ma bisognosi di servizi sanitari e di compagnia, cose che possono essere comprate con denaro, ma che alla fine pesano sull’ambiente; aumenta infatti anche la domanda di spazi edificabili e di abitazioni progettate per coppie o anziani soli, aumenta la domanda di spazi ricreativi, di prodotti, merci, mezzi di trasporto adatti agli anziani. Mi auguro che i prossimi governi tengano conto, nell’ambito delle politiche “per la famiglia e per la vita”, anche dei rapidi e ben prevedibili mutamenti demografici in corso.

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