La Gazzetta del Mezzogiorno, martedi 16 ottobre 2007
Nel suo libro di memorie il ministro degli armamenti della Germania nazista Albert Speer scriveva:
“Nell’estate del 1943 sono cessate le importazioni di minerali di tungsteno dal Portogallo: ho perciò ordinato di usare le riserve di uranio, circa 1200 tonnellate, per la fabbricazione di proiettili penetranti, dal momento che era stato accantonato il progetto di costruire la bomba atomica”.
L’impiego dell’uranio come metallo per proiettili penetranti, già presente nelle fertili menti degli ingegneri tedeschi, è rimasto limitato fino a quando il prezzo dell’uranio è stato maggiore di quello del tungsteno. Solo lo sviluppo delle tecniche nucleari ha reso disponibili grandi quantità di uranio a basso prezzo ed è ripreso l’interesse di usarlo a fini militari.
L’uranio naturale, un metallo presente in natura in molte rocce, sotto forma di sali o ossidi, esiste in vari isotopi: i principali sono l’uranio-238 e I’uranio-235. L’uranio-235, quando è “bombardato” con neutroni, subisce “fissione” e libera grandissime quantità di calore che può essere recuperato e trasformato in elettricità commerciale vendibile, come avviene nelle centrali nucleari, o può essere fatto liberare in forma esplosiva e devastante, come avviene nelle bombe atomiche. L’unico “inconveniente” sta nel fatto che I’uranio-235 è presente nell’uranio naturale in concentrazione di appena 0,7 %, mentre le comuni centrali nucleari funzionano soltanto se i neutroni bombardano dell’’uranio contenente circa il 3 % di uranio-235 e le bombe nucleari richiedono uranio contenente circa 90 % di uranio-235. L’uranio-235 deve essere separato dall’”inutile” uranio-238 mediante giganteschi impianti di “arricchimento” nei quali I’uranio-238 (l’uranio “impoverito”) risulta uno scarto, un rifiuto.
Il complesso militare-industriale ha così pensato che era un delitto buttare via tutti questi residui di uranio-238 – la cui massa è stimata, per gli Stati Uniti, di 500.000 tonnellate e gli ingegneri militari si sono così ricordati che l’uranio si presta bene per la fabbricazione di proiettili penetranti, è migliore del tungsteno e, proprio per il suo carattere di sottoprodotto industriale, è venuto a costare meno del tungsteno. L’uranio metallico è molto pesante (pesa quasi il doppio del piombo, quasi come il tungsteno), ed è piroforico: quando un proiettile contenente uranio urta ad alta velocita un corpo metallico (per esempio la corazza di un carro armato), raggiunge la temperatura adatta per l’ossidazione e il calore liberato è sufficiente a far fondere la corazza di un carro armato o di una fortificazione. Durante l’urto e l’ossidazione una parte dell’uranio si libera sotto forma di finissime particelle di metallo o di ossido che ricadono tutto intorno al punto dell’impatto.
L’uranio non solo è radioattivo, ma è anche tossico.
L’uso militare dell’uranio “impoverito”, quello oggi disponibile in abbondanza, rappresenta quindi una fonte di contaminazione delle persone e dell’ambiente; non solo sono contaminati i combattenti, ma anche i combattenti e i civili che percorrono strade o territori in cui permangono residui di polvere di uranio, di questo “metallo del disonore”, secondo il titolo di un documentato libro sull’’uso militare dell’’uranio impoverito.
Il primo impiego dell’uranio impoverito in combattimento si è avuto su larga scala, da parte degli Stati uniti, nella guerra del Golfo nel 1991 (ne sono state usate circa 500 tonnellate), poi in Bosnia nel 1995 e, nel 1999, poi nella Serbia e nel Kossovo dalle forze Nato. I dati disponibili mostrano che nella guerra del Golfo (1991) il terreno dei combattimenti è stato contaminato da circa 300 mila chilogrammi di finissima polvere di ossido di uranio e che da anni i reduci hanno manifestato delle misteriose malattie (la sindrome del Golfo). Nella ricca America i veterani possono fare causa al loro governo, e chiedere indennizzi e risarcimenti, ma chi aiuterà a riconoscere le malattie, dovute ad una cosi subdola causa, quando compaiono negli abitanti dell’Iraq, o negli abitanti della ex-Jugoslavia, tornati nelle loro terre? Chi li aiuterà a guarire? Che cosa sarà della salute di tutte le vittime di questo altro “brillante” frutto di una economia industriale che non pone freno, se si tratta di risparmiare e speculare nelle forniture militari, ai danni sulla vita di persone inermi e sull’ambiente?
In Italia il problema è scoppiato perché qualcuno ha denunciato le possibili malattie, dovute all’uranio impoverito, in reduci delle missioni militari in Bosnia e Kosovo. La “scoperta”, da parte dell’opinione pubblica, di tale pericolo, alla fine dell’anno 2000, è stata accompagnata da sconcertanti e direi ridicoli aspetti. I responsabili governativi e militari si sono dichiarati sorpresi, non a conoscenza dell’arma, il cui uso era stato denunciato anche in Italia, fin dal marzo 1999; nell’aprile dello stesso anno ne parlava anche questo giornale. Da anni sono disponibili i risultati degli effetti ambientali e sanitari dell’uso di proiettili contenenti uranio impoverito ma solo in queste settimane viene riconosciuto il possibile legame fra la comparsa di tumori in reduci italiani e l’impiego di proiettili all’uranio impoverito nei terreni e campi in cui essi hanno combattuto e solo adesso si parla di risarcimenti, sempre con la riserva che non sarebbe accertato il rapporto fra l’uso di tali proiettili e la comparsa dei tumori, un rapporto peraltro descritto in una vasta documentazione.

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