La globalizzazione

globalizzazione

La Gazzetta del Mezzogiorno, 3 febbraio 2002

Seattle, Davos, Genova, Porto Alegre, sono diventati nuovi “segnali” di un vasto movimento di opinione che sta attraversando tutto il pianeta e che viene sbrigativamente etichettato “Noglobal”. Sono i nomi delle città in cui ha manifestato, in forma più vistosa e rumorosa, una nuova ondata di domande di maggiore giustizia sociale, di diversi rapporti umani, di nonviolenza.

Il movimento Noglobal rientra nel filone delle grandi proteste contro la discriminazione sui posti di lavoro, fra le classi, fra donne e uomini. Dopo la fine dell’Unione sovietica, ormai dodici anni fa, e la “caduta” del comunismo il modello capitalistico, di libero mercato, è diventato dominante: la maniera di vivere, di possedere merci, di vestire del mondo occidentale ricco, del Nord del mondo, è entrato nelle case di tutto il globo attraverso la televisione; miliardi di persone, e i relativi governi, si sono resi conto che si esiste soltanto se si possiede denaro e se si possiedono le merci, le automobili, i frigoriferi, il lusso.

E in forma nuova, globale, appunto, si ¢ innescata la reazione a catena del dovere di produrre più merci a più basso prezzo, del dovere di conquistare il denaro a qualsiasi costo anche umano e di salute, dello sfruttare la terra coltivata, le acque, le miniere, tanto più che adesso i mezzi di produzione si possono, anzi “si devono” cercare dovunque.

Se gli operai che fabbricano le scarpe in Puglia costano troppo, se ne vanno a cercare altri che costano meno in Albania o in Asia; se questi lavoratori che costano poco sono anche bambini, è non hanno previdenza sociale, e lavorano in condizioni igieniche che sarebbero inaccettabili nel Nord del mondo, pazienza; quello che conta, l’unico motore della vita, è produrre merci a basso prezzo e venderne tante e presto. Se i prodotti agricoli in Europa costano tanto, si vadano a cercare altrove in modo da rendere inarrestabile il flusso di beni a basso prezzo dovunque. Se è possibile “fabbricare” piante con maggiori rese per ettaro o con maggiore resistenza ai parassiti, si cerchi di diffonderle in tutto il globo e poco conta se si sa poco sugli effetti delle modificazioni genetiche che assicurano questa inarrestabile felicità.

“Globalizzazione” significa, così, la possibilità di comunicare – e questo sarebbe una occasione di liberazione e di conoscenza – ma anche di sfruttare e spostare persone e risorse naturali e merci da un posto all’altro della Terra.

A poco a poco qualcuno ha cominciato a chiedersi se sia questo il vero fine della vita, a chiedersi che cosa “c’è dentro”, in termini di dolore umano, di sfruttamento, di costi ambientali, nel flusso di beni che arrivano nelle nostre case. E queste persone hanno cominciato a parlarsi, a riunirsi, a contestare anche rumorosamente davanti alle cattedrali del potere economico; dove i “grandi” della Terra si riuniscono, i “piccoli” alzano la voce per chiedere maggiore giustizia, per spiegare che ¢ inaccettabile questo tipo di globalizzazione, quando una vera rete globale di conoscenze e informazioni potrebbe invece sterminare i mali della violenza, diffondere salute e solidarietà.

Non c’è niente di particolarmente nuovo: sono nati cosi i grandi movimenti di protesta contro l’assolutismo nel Settecento, contro l’arroganza dei padroni delle ferriere nell’Ottocento, contro le bombe atomiche e le offese all’ambiente nel Novecento. Carlo Marx, il grande sobillatore degli sfruttati dell’Ottocento, studiava gli scritti dei nemici della classe operaia nel grande tempio della cultura borghese, la biblioteca del British Museum di Londra; il movimento Noglobal di questo secolo diffonde le sue idee usando Internet e la televisione, i più raffinati strumenti inventati dei nemici di classe.

Non c’è dubbio che questo movimento ¢ detestabile per i “grandi”; se venissero ascoltate le sue fanfaluche dove andrebbero a finire i prezzi e i profitti e le possibilità di reprimere i conflitti locali con le armi, oggetto di lucrosi commerci? Ed ecco gli interventi delle polizie, l’enfasi sui vetri rotti da una minoranza, l’operazione di far apparire la protesta come animata da una teppaglia, proprio come avvenne con la protesta operaia o quella pacifista o quella studentesca o antinucleare.

E invece, quanto più il potere economico cerca di reprimere con la forza la voce del movimento di contestazione, tanto più esso capisce di avere ragione. E anche fra gli avversari cominciano ad aprirsi delle piccole falle, come dimostra il fatto che alcuni produttori di merci cominciano a dichiarare che esse sono state prodotte senza ricorrere al lavoro dei bambini, che le loro automobili sono più rispettose dell’ambiente, che alcuni produttori di alimenti cominciano a far sapere che nelle coltivazioni non sono stati usati pesticidi o organismi geneticamente modificati.

Non si ferma l’inarrestabile marcia del progresso: solo che i “grandi” della Terra credono che il progresso sia la loro corsa alla produzione e ai consumi e agli affari e ai profitti, mentre il progresso che è inarrestabile, nonostante gli sforzi dei “grandi”, e il cammino verso una maggiore giustizia, verso più umane condizioni di lavoro, verso il superamento delle discriminazioni fra donne e uomini, fra appartenenti a diversi credi religiosi, verso il riconoscimento di nuovi diritti: all’acqua, all’aria meno inquinata, dei diritti dei bambini ad avere una infanzia meno triste, verso citta progettate con la partecipazione dei cittadini.

Non a caso Porto Alegre, in Brasile, dove si riuniscono in questi giorni i contestatori della globalizzazione capitalistica, è una cittadina modello. Se i grandi del ventunesimo secolo, invece di ascoltare i loro consulenti finanziari o di rincorrere la paranoia di ipotetici nemici – i comunisti, le ombre dei terroristi, l’Islam, i contadini senza terra – ascoltassero la voce dei “piccoli” che chiedono riforme e nuovi rapporti umani, meno violenza e più giustizia, si accorgerebbero quale è la vera via del progresso. Gli ultimi tre Papi hanno continuato ad agitare il loro vessillo con le parole di Isaia, “Opus iustitiae pax“, che la pace dipende dalla giustizia, che sono poi il senso della protesta dei “Noglobal”, ma a Wall Street, nel cuore della globalizzazione degli affari, nessuno le ascolta.

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