Mumford: tecnica, città, natura

Mumford: tecnica, città, natura

Insegnare, n. 5, maggio 1995

Cadeva, nel 1995, il centenario della nascita dell’americano Lewis Mumford (1895-1990), lo scrittore che forse più di qualsiasi altro è stato il vigile osservatore critico della città industriale e della violenza della tecnica nella società capitalistica.

Mumford è stato “importato” in Italia, subito dopo la Liberazione, da Adriano Olivetti, da Bruno Zevi e dagli altri intellettuali che Olivetti chiamò intorno a se e che fece viaggiare e studiare per disinquinare l’Italia dal lungo torpore imposto dal provincialismo fascista. I libri di Mumford sono stati ben presto tradotti in italiano, in gran parte pubblicati dalle Edizioni di Comunità – il movimento culturale e politico creato da Adriano Olivetti – e hanno cominciato a circolare e ad influenzare un’intera generazione di urbanisti, sociologi e studiosi della tecnica, coloro che avrebbero poi lanciato, negli anni sessanta del Novecento, il movimento di contestazione culturale e anche ecologica, il progetto di nuovi rapporti “neotecnici” fra gli esseri umani e il mondo circostante. Molti dei libri di Mumford sono oggi difficili da trovare, molte edizioni sono esaurite, e molti militanti ambientalisti delle giovani generazioni, pur attenti ai problemi della città e della natura, non sanno neanche che sia esistito.

Mumford trascorse quasi tutta la sua lunga vita in una cittadina vicino New York, dal nome invitante di Amenia, e qui ha scritto centinaia di articoli e alcune decine di libri, sempre attento agli eventi del mondo. Negli anni trenta del secolo scorso ha denunciato i pericoli dei fascismi italiano e tedesco; ha sperato nell’avvento di una società comunista, capace di pianificare le città e la produzione industriale in modo meno arrogante di quello “paleotecnico” del suo (e del nostro) tempo; ha peraltro riconosciuto e denunciato il corso burocratico e miope con cui I’URSS aveva messo malamente in pratica l’ideale comunista.

Mumford fu attivo nel movimento di protesta contro la guerra (durante la seconda guerra mondiale perse un figlio diciannovenne, ucciso in combattimento contro i tedeschi sull’’Appennino e sepolto nel Cimitero Militare Alleato di Firenze); contro la bomba atomica – la più moderna invenzione nella quale si incarna la “megamacchina”, il concentrato della violenza della società “paleotecnica”; si batté contro i bombardamenti americani nel Vietnam. Il fascicolo di marzo 1995 della rivista Capitalismo Natura Socialismo è stato in gran parte dedicato al centenario della nascita di questo originale e anticonformista uomo di cultura.

La prima opera di Mumford sulla città fu “La cultura delle citta”, pubblicato negli Stati Uniti nel 1938 e tradotto in italiano nel 1954, a cui seguì, nel 1961, “La citta nella storia” (tradotto in italiano nel 1963). In queste opere, e in moltissimi saggi raccolti via via in volume, Mumford ripercorse la storia umana attraverso le modificazioni della città, denunciando la violenza e la bruttura della città capitalistica, priva di verde, invasa dalle automobili e dai fumi inquinanti delle fabbriche, l’”impero del disordine”. Celebri le sue parole, del 1970, di severa critica delle “Torri gemelle” del World Trade Center di New York, rase al suolo nel settembre 2001. Il tema dell’inquinamento e dello spreco di risorse, la denuncia della produzione di merci non per risolvere problemi umani, ma come fine a sé stessa e come generatrice di profitto, è al centro della trilogia che analizza i rapporti fra tecnica e potere. La prima opera apparve nel 1934 col titolo “Tecnica e cultura“; il libro fu tradotto in italiano nel 1964 e ricostruisce una storia della tecnica, ispirata soprattutto alle idee di Patrick Geddes che Mumford considerò una specie di proprio padre spirituale. Mumford, come aveva suggerito Geddes nel libro “Città in evoluzione” (del 1915, ma tradotto in italiano soltanto nel 1970), riconobbe che l’avventura umana si snoda passando da una società eotecnica, nella quale le comunità umane avevano utilizzato materiali e fonti di energia rinnovabili: la forze del vento e il moto delle acque per navigare e per azionare forni e macchine, il legno come materiale da costruzione e come combustibile. Intorno al 1500 si ha la grande svolta verso una società “paleotecnica” in cui l’uso del carbone, i perfezionamenti nella produzione dell’acciaio, la diffusione delle macchine, determinano l’avvento del capitalismo, la nascita della società operaia, l’inquinamento e la congestione urbana. L’idea fu ripresa nei due successivi volumi: “Il mito della macchina“, del 1967, tradotto nel 1969, e “Il Pentagono del potere“, del 1970, tradotto nel 1973. La trilogia è stata pubblicata in italiano dal Saggiatore.

La soluzione della crisi del tempo di Mumford (crisi che caratterizza anche il nostro tempo, anzi aggravata dalla diffusione del petrolio, dell’energia nucleare, di nuovi materiali e invenzioni, di un controllo ancora più arrogante del potere economico sulla tecnica), può essere cercata nell’avvento di una società “neotecnica”, in cui venga fatto un uso maggiore, ma diverso dall’attuale, della scienza e della tecnica, in una nuova ridistribuzione delle attività umane nel territorio, nel regionalismo (quante cose Mumford potrebbe insegnare a molti che professano il federalismo oggi di moda!), nella pianificazione della produzione, nel ricorso a fonti energetiche rinnovabili.

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