Ricordo di Aurelio Peccei (1908-1984)

Aurelio Peccei

La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 marzo 1994

Cadono in questi giorni dieci anni dalla morte di Aurelio Peccei (1908-1984) e giustamente l’Accademia dei Lincei, che lo ha avuto fra i suoi membri, ricorda la sua figura con una delle “conferenze annuali” a lui intitolate.

Il nome di Peccei forse dice poco a chi ha oggi venti anni, ma nelle persone più anziane sollecita ricordi e emozioni: egli è stato infatti una delle poche persone che ha portato in Italia la cultura e I’attenzione per il “futuro”.

Voi direte che ogni persona pensa al futuro: al futuro individuale, all’esito delle “future” elezioni, alla propria carriera “futura”, al risultato dei futuri esami, eccetera. Senza grandi risultati, perché molte cose sono imprevedibili, perfino le più banali, come I’eta in cui una persona va in pensione, essendo legate a tanti altri eventi su cui ciascuno di noi non può influire. Al punto da far dire a George Bernard Shaw (ma potrebbe anche essere stato il solito saggio cinese o Mark Twain) che “le previsioni sono difficili, specialmente quando si riferiscono al futuro“.

Il futuro considerato da Peccei era qualcosa di più alto e entusiasmante: dopo una lunga vita piena di eventi, nel corso della quale partecipò alla Resistenza, fu manager di altissimo livello alla Fiat e in altre società, in Italia e all’estero, negli anni sessanta del Novecento Peccei comprese che erano in corso eventi che avrebbero dovuto essere affrontati con nuova attenzione e coraggio.

Erano gli anni delle continue esplosioni delle bombe atomiche americane e sovietiche, del rapidissimo aumento della popolazione mondiale, dell’altrettanto rapido aumento dello sfruttamento del suolo, delle risorse petrolifere e dei conseguenti effetti negativi planetari: inquinamento, erosione del terreno, siccità. Erano gli anni in cui milioni di abitanti dei paesi sottosviluppati ex-coloniali, dopo aver conquistato I’indipendenza, reclamavano nuovi diritti e migliori condizioni di vita.

Nel 1968 Aurelio Peccei riunì alcuni studiosi di passaggio da Roma e insieme decisero che il “destino dell’umanità” doveva essere analizzato scientificamente, che le generazioni future dovevano essere avvisate di quello che stava per succedere, dovevano essere messe in guardia sui mutamenti e sui possibili pericoli planetari.

I due concetti – “attenzione e educazione al futuro” e “visione planetaria del destino dell’umanità” – hanno guidato da allora tutta I’opera e la vita stessa di Peccei. Il primo gruppo di persone riunite da Peccei si costituì come “Club di Roma” e decise di investire dei soldi per uno studio sul futuro dell’umanità.

Studi sul futuro, anche se non molto numerosi, ne erano stati condotti negli anni precedenti: Eisenhower, quando era stato presidente degli Stati Uniti, aveva chiesto ad una speciale commissione di condurre uno studio sul possibile esaurimento delle risorse naturali (cibo, acqua, suolo, petrolio e carbone) dell’America e del mondo, e il documento risultante, ormai rarissimo, intitolato “Risorse per la libertà“, presenta ancora oggi grande interesse.

Negli anni cinquanta e sessanta il filosofo e economista francese Bertrand de Jouvenel (1903-1987) aveva fondato in Francia il gruppo “Futuribles” per lo studio dei “futuri possibili”. Il gruppo aveva avuto una sezione anche in Italia per iniziativa di Pietro Ferraro (1908-1974), imprenditore e medaglia d’oro della guerra di Liberazione, che aveva fondato la rivista “Futuribili” di cui uscirono una sessantina di fascicoli, anch’essi una rarità bibliografica. La prof. Eleonora Masini, che è venuta alcune volte a tenere delle conferenze anche nella Facoltà di Economia di Bari, avviò un altro gruppo di ricerche sul futuro e divenne poi fondatrice e presidente della Federazione mondiale degli studi sul futuro. Si tratto di iniziative importanti, ma con riflessi limitati.

Aurelio Peccei ebbe il merito di fare del futuro un problema di massa. Occorreva scrivere un libro che spiegasse, in forma piana e convincente e provocatoria, che cosa ci aspettava alle soglie e all’inizio del ventunesimo secolo. In quel 1970, quando il lavoro fu avviato, un certo professor Forrester, al Massachusetts Institute of Technology, negli Stati Uniti, aveva messo a punto un metodo che consentiva, col ricorso a calcolatori elettronici, di prevedere “che cosa succede” se alcuni fenomeni aumentano con certe tendenze.

Per esempio: se la popolazione mondiale aumenta, aumenta, e in proporzione maggiore, la richiesta di cibo, di automobili, di acciaio, di petrolio, di carta. Ma I’aumento della produzione agricola e industriale fa aumentare in forma più che proporzionale I’inquinamento ambientale e provoca I’impoverimento delle riserve di minerali, petrolio, acqua, suolo fertile, foreste.

Può arrivare un tempo in cui le fonti di energia cominceranno a scarseggiare e il suolo coltivabile darà minori raccolti e la disponibilità di cibo e di energia comincerà a diminuire: gli abitanti della Terra, allora, dovranno affrontare guerre e carestie e epidemie e la popolazione comincerà a diminuire in forma violenta. Forrester e i suoi collaboratori applicarono il nuovo metodo di analisi a questi problemi concludendo che, per evitare catastrofi planetarie, sarebbe stato necessario, un giorno, porre dei “limiti” alla crescita di macchinari, merci, consumo di energia, consumo di prodotti chimici, eccetera.

Il prevedibile aumento o declino, nel ventunesimo secolo, di popolazione, inquinamento, disponibilità di cibo e di energia, produzione di merci, fu descritto, con grafici e “curve”, in un libro intitolato “I limiti alla crescita” (“Limits to growth”).

Sfortunatamente il titolo del libro fu tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”: “sviluppo” (in inglese “development”) è concetto ben diverso da “crescita”. È infatti insensato pensare che si possano porre dei limiti allo sviluppo che è aumento di dignità, di libertà anche dalla povertà, aumento di conoscenza, di solidarietà, anche internazionale, aumento dello spirito della pace, proprio quello che Peccei auspicava aumentasse. I limiti andavano invece posti alla crescita (“growth”) del numero e del peso delle cose materiali la cui produzione e il cui consumo, nei paesi già ricchi e “sviluppati”, sono associati ad un aumento dell’inquinamento, alla perdita di salute, alla violenza, alla congestione urbana, alla distruzione dei beni ambientali, all’impoverimento delle riserve di risorse naturali disponibili per i paesi poveri.

Il libro apparve nel 1972 e non avrebbe avuto la fortuna che ha avuto (si dice ne siamo state vendute 10 milioni di copie) se non fosse stato oggetto di scherno, di attacchi, di violentissime critiche: non era ammissibile che una persona di buonsenso – e uno come Aurelio Peccei, poi! – potesse propagandare la necessità di porre dei limiti alla popolazione mondiale e, soprattutto, alla crescita della produzione industriale.

Peccei passò il resto della sua vita a ripetere senza sosta, sui giornali, nei grandi mezzi di comunicazione, con libri che scriveva instancabilmente, rivolgendosi soprattutto agli insegnanti e agli studenti, i suoi interlocutori preferiti, il messaggio e l’invito a interrogarsi sul futuro.

Una parte dei suoi scritti, fra cui la celebre conferenza “7000 giorni al 2000” – oggi [l’articolo è stato scritto nel 1994] mancano appena duemila giorni al duemila! – è stata opportunamente raccolta di recente nel volume “Lezioni per il ventunesimo secolo. Scritti di Aurelio Peccei“, pubblicato e distribuito dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Via Po 14, 00198 Roma (al quale si può richiedere una copia del libro). Ai paesi poveri e ai ragazzi Peccei pensava soprattutto e lo dimostrano i testi riprodotti.

Rileggendo le sue parole appare come fosse ingiusta l’accusa, che gli è stata mossa, di essere uno di quelli che gridano “al lupo, al lupo” e devono poi costatare che il lupo non c’è. A venti anni di distanza dalla pubblicazione del libro sui “limiti alla crescita”, a dieci anni dalla scomparsa di Aurelio Peccei, si vede che i suoi allarmi erano ben fondati: lo dimostrano le guerre per le materie prime (nel Medio Oriente, in Angola, Somalia, Marocco, Katanga, eccetera) degli ultimi venti anni e i segni di esaurimento della fertilità del suolo, l’inquinamento che ormai si rivela sempre più planetario, con minacce di profondi mutamenti climatici, la diffusione di nuove e vecchie epidemie e di nuove e vecchie povertà.

Lo dimostrano i dati di un recente libro nel quale i coniugi Meadows, che scrissero il primo libro “I limiti alla crescita”, riesaminano le previsioni di allora a venti anni di distanza. Il libro, intitolato “Dopo i Limiti“, è stato tradotto dal Saggiatore con il titolo “Oltre i limiti dello sviluppo“. Il titolo è doppiamente equivoco perché induce a credere che i limiti necessari riguardino lo sviluppo e non la crescita materiale, e perché induce a credere che le previsioni del libro originale siano superate, mentre il libro dei Meadows dice esattamente il contrario in venti anni la situazione planetaria si è aggravata proprio perché non sono state ascoltate le raccomandazioni fatte da Peccei.

Al di là delle cerimonie ufficiali, renderemo, come cittadini della Terra, un tributo a Peccei, a dieci anni dalla sua scomparsa, se ci sforzeremo di far entrare la cultura del futuro nelle scuole, nelle Università, nei gruppi politici, nei sindacati, nelle chiese, nei parlamenti. Era quello che disperatamente e continuamente Peccei chiedeva: fino adesso, purtroppo, largamente inascoltato.

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