Tutto il potere ai fiumi

tutto il potere ai fiumi

Insegnare, n. 2 e n. 3, 1994

Ogni primavera, estate, autunno, inverno, sul nostro territorio succede di tutto: incendi, frane, alluvioni. Dopo ogni evento catastrofico i cittadini danneggiati chiedono risarcimenti, i governi fanno buoni propositi per l’anno venturo, pur sapendo che gli stessi eventi catastrofici torneranno puntualmente, e così via.

Incendi, frane e alluvioni sono i figli del dissesto territoriale: la vegetazione spontanea è stata tagliata per fare posto a campi coltivati (e spesso poi abbandonati), a insediamenti di fabbriche, prime e seconde case, alberghi, a strade e spianate di cemento. L’acqua piovana nel cadere sul terreno non trova alcun freno e scorre veloce e violenta verso il fondo valle, asportando il terreno superficiale, lasciandosi alle spalle zone aride nelle quali il fuoco attacca facilmente la vegetazione residua; così altre superfici restano scoperte ed esposte all’erosione. Quando l’acqua arriva a valle trova fiumi e torrenti che hanno perso il loro carattere originale; i greti e le golene, zone appetitose per insediamenti umani, sono state coltivate e cementificate e l’acqua del fiume, spesso chiuso fra barriere di cemento, ha sempre meno spazio per correre; quando ci sono piogge intense l’acqua, che non trova più le sue zone naturali di espansione, le golene, appunto, allaga le campagne e le città.

Dopo le grandi alluvioni del passato – quella del Polesine del 1951, quella di Firenze del 1966, per ricordare solo le principali – gli studiosi hanno suggerito ai governi i rimedi: difesa del suolo, rimboschimento, liberazione degli spazi golenali dei fiumi, pianificazione del territorio in ubbidienza alle leggi, ineluttabili, delle acque.

Sarebbe stato necessario attendere fino al 1989 per avere una legge sulla difesa del suolo, “la 183”, come si dice in gergo, (la legge 183/1989 è stata abrogata nel 2006 dal governo Berlusconi) la quale introduce una grande riforma in quanto riconosce che il territorio va amministrato secondo i bacini idrografici: unità territoriali che comprendono le valli in cui l’acqua scorre verso il fiume, e i cui confini geografici sono ben definiti dagli spartiacque fra una valle e l’altra. Le opere di rimboschimento, la regolazione del corso dei fiumi, la depurazione delle acque, i futuri insediamenti, devono essere pianificati e decisi nell’ambito di ciascun bacino idrografico.

Poiché però i confini dei bacini idrografici raramente coincidono con quelli delle province e delle Regioni, occorre pensare ad una nuova unità di gestione amministrativa che la legge ha identificato nella “Autorità di bacino”. Nella autorità di bacino sono presenti i rappresentanti, eletti, degli enti locali i quali, così vuole la legge devono mettersi d’accordo sugli interventi nell’ambito di ciascun bacino.

Faccio un esempio: immaginiamo un bacino come quello del Tevere (e naturalmente di tutti i suoi affluenti) che si estende, da nord a sud, dalla Toscana, all’Umbria, al Lazio. Se la Regione Umbria decide, per conto suo, di costruire un depuratore nel medio corso del Tevere, fa una cosa lodevole perché pulisce le acque di un tratto del fiume; ma se la Regione Lazio non fa niente, anzi tollera che i rifiuti urbani e industriali vengano scaricati nel “suo” pezzo di Tevere, viene neutralizzato lo sforzo fatto dall’Umbria con la costruzione del suo depuratore. Sarà allora piu’ opportuno che tutte le Regioni del bacino idrografico del Tevere si mettano intorno ad un tavolo e decidano, per esempio, se è meglio fare prima i depuratori a valle e poi quelli a monte, o che decidano che non si devono fare altri insediamenti inquinanti nella valle, o dove cominciare con i rimboschimenti, eccetera.

Inutile dire che, di fatto, la legge sulla difesa del suolo non è mai stata attuata perché ciascuna Regione i suoi soldi li vuole spendere come le pare e non vuole condizionamenti dalle regioni a monte o a valle che pure le sono legate attraverso l’unica realtà e unità territoriale vera, significativa, che è il bacino idrografico.

La “centottantatre” è rivoluzionaria perché affida alle autorità di bacino compiti di pianificazione (è proprio questo il termine usato dalla legge) degli interventi ambientali che si svolgono in un bacino idrografico. La legge prescrive che una Autorità di bacino dovrebbe fare come prima cosa un “piano di bacino”, preceduto da una ricognizione dello stato del bacino stesso. Dovrebbero essere identificati le portate del fiume e degli affluenti, le città e i paesi e le fabbriche esistenti in ciascun bacino, le attività agricole e i pascoli, quanta acqua ciascuna attività umana consuma, lo stato dei boschi, le attività di escavazione di sabbie e ghiaie, le condizioni del litorale nella zona in cui il fiume si immette nel mare, eccetera. Dopo questa indagine il piano dovrebbe indicare quali opere sono necessarie, a cominciare dal rimboschimento, dai depuratori, dalle canalizzazioni per il trasporto dell’acqua, dalle discariche dei rifiuti solidi, eccetera.

A questo punto vanno riconosciute anche le cose che non si devono fare o che vanno fermate o smantellate e qui tutto si fa subito più complicato. Ogni fiume si muove nel territorio secondo andamenti che si sono formati e modificati nei secoli: per lo più è facile riconoscere gli argini di ciascun fiume e il vasto spazio fra gli argini, in genere occupato solo parzialmente dall’acqua, cioe’ la zona golenale in cui dovrebbe espandersi il fiume in piena.

Antichissime leggi stabiliscono che le zone golenali sono beni collettivi, proprietà demaniali, cioè pubbliche; però sono anche zone molto ricercate per farvi passare strade, per creare campi coltivati, per costruzioni di abitazioni o industrie. Così è cominciata la lenta appropriazione privata, praticamente gratis, delle golene, talvolta anche cedute ai privati dagli enti locali, e lo spazio di movimento delle acque si è ristretto. Ad ogni pioggia improvvisa l’acqua – irruente proprio perché non ha trovato nessun freno sul fianco delle valli – si espande violentemente invadendo le rive e trascinando via strade, edifici – costruiti dove non avrebbero dovuto essere – e ponti e vite umane.

Per far fronte a questi guai vengono eretti argini artificiali di cemento, o viene impermeabilizzato il fondo del greto, con l’effetto che, dopo ogni acquazzone, aumenta ulteriormente la velocità e la forza erosiva e devastante delle acque. Bisognerebbe perciò sgombrare le zone golenali dagli edifici e insediamenti, in genere abusivi, e si può immaginare che nessuna amministrazione locale trova il coraggio di farlo. Proprio per questo dovrebbero intervenire le autorità di bacino.

Potrei continuare a lungo ma vorrei qui suggerire un piccolo cammino culturale in cui la scuola potrebbe svolgere un ruolo importante. Qualsiasi parte d’Italia appartiene a un bacino idrografico: tale appartenenza è più o meno visibile perché, per esempio, nella bassa valle padana l’intreccio fra fiumi, canali di irrigazione, canali scolmatori, è così fitto che si perde quella visione di bacino che invece è ben riconoscibile nelle Alpi e negli Appennini.

Il primo passo potrebbe consistere nel far identificare agli studenti i confini geografici del bacino del fiume in cui abitano (il Reno in Toscana-Emilia; l’Ofanto in Campania – Basilicata – Puglia l’intero grande bacino del Po, eccetera) – una operazione abbastanza facile sulla carta, perché basta individuare gli spartiacque delle varie valli, unendo con un tratto di matita i punti da cui partono i fiumi e gli affluenti di due valli vicine.

Poi gli studenti dovrebbero riconoscere quali parti di ciascun bacino idrografico rientrano nel territorio amministrativo delle Regioni vicine per mostrare che una popolazione “appartiene”, più che ad una Regione o all’altra, allo stesso bacino idrografico, nel quale il moto delle acque crea nuovi legami, una nuova solidarietà cementata dalle uniche cose che contano, le risorse della natura: le acque, appunto, i boschi, le valli.

La solidarietà di bacino idrografico dovrebbe indurre a lavorare insieme per inquinare di meno, per rimboschire, a riconoscere che il fiume è stato, anche nella storia, punto di incontro di popoli. Solo le guerre hanno spinto a tracciare i confini lungo i fiumi perché sono più facilmente difendibili militarmente: ma questo è contro natura.

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