La Gazzetta del Mezzogiorno, 5 giugno 2001
Il 5 giugno del 1972 si apriva a Stoccolma la prima grande conferenza delle Nazioni unite sull’ambiente umano. L’entusiasmo sollevato dall’evento, in quella breve primavera dell’”ecologia”, indusse a stabilire che il 5 giugno di ogni anno, in tutto il mondo, dovesse essere celebrata una “giornata della Terra”. E questo avviene, sia pure con una passione che si sta attenuando col passare del tempo. L’Accademia dei Lincei ha tenuto l’anno scorso, in questa data, una conferenza su “Ecologia e economia” (i cui atti sono stati pubblicati nel 2003); quest’anno ha dedicato la giornata della Terra ai problemi (peraltro attualissimi) della erosione del suolo. Il Politecnico di Torino ha esaminato i problemi dell’ambiente nell’attuale economia, invitando uno degli autori, lo studioso americano Amory Lovins, a presentare il suo ultimo libro.
“Capitalsmo naturale. La prossima rivoluzione industriale“, tradotto subito anche in italiano e pubblicato a Milano dalle Edizioni Ambiente.
Una delle accuse che vengono rivolte al capitalismo è quella di essere intrinsecamente incapace di fare fronte ai guasti ambientali; anzi alcuni sostengono che, per forza, una economia basata sull’aumento continuo della produzione delle merci e dei consumi di beni materiali – principale imperativo del capitalismo – richiede una crescente sottrazione di risorse – acqua, minerali, petrolio, carbone, pietre – dalla natura e una crescente produzione di scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi che finiscono nell’aria, nelle acque e sul suolo con danni alla salute umana, a breve termine e a lungo termine. Lascia, insomma, dietro di se, una natura più impoverita e più contaminata.
Anzi, sostengono i detrattori, a mano a mano che si esauriscono le riserve più vicine e accessibili di minerali e fonti energetiche, una società capitalistica “deve” andare a prenderle nei territori di altri paesi, eventualmente con mezzi violenti.
Il libro di Lovins e dei suoi collaboratori, uno dei quali è la moglie Hunter Lovins, cercano di dare una risposta a queste critiche e sostengono che può esistere un capitalismo “secondo natura”. Strana coppia questi coniugi Lovins (la moglie è scomparsa di recente), con una lunga militanza nelle associazioni di difesa dell’ambiente, autori di libri di successo, alcuni tradotti anche in italiano (“Energia dolce“, pubblicato a Milano da Bompiani nel 1979; “Fattore 4“, pubblicato ancora a Milano, dalle stesse Edizioni Ambiente, nel 1998), hanno creato un centro di ricerca nel Colorado, in mezzo alle Montagne Rocciose, in un paesino che si chiama “Snowmass” che sarebbe come dire,in italiano, “Nevoso” (immaginate un laboratorio di ricerche sul futuro in mezzo ai boschi, sulla Majella o sulla Sila). Di certo i boschi e la neve devono essere stati fonte di ispirazione perché i libri dei Lovins sono molto stimolanti e provocatori e spiegano che è possibile, con adatte soluzioni tecnico-scientifiche già note, diminuire drasticamente, anche di quattro volte (di un “fattore 4”, appunto), i consumi di energia e di materiali nelle case, nelle automobili, negli elettrodomestici, nelle fabbriche. È possibile anche diminuire la massa dei rifiuti e delle scorie che finiscono nell’ambiente perché, se le merci sono progettate correttamente, gran parte dei materiali delle merci usate può essere trasformata in nuovi oggetti.
Non si tratta di utopie perché il libro che propone un “capitalismo secondo natura”, è pieno di esempi concreti è sostiene che il capitalismo, se vuole sopravvivere, deve cambiare radicalmente materiali, fonti energetiche, processi e caratteri dei manufatti; se accetterà questa sfida – una vera, nuova, rivoluzione industriale – non solo sopravviverà, ma potrà anche continuare a fare, e a fare sempre di più, soldi, che è poi il fine del capitalismo.
La ricetta sta nella “progettazione”; si tratta di mettere al lavoro falangi di ingegneri, chimici, biologi, col preciso compito di riprogettare tutti gli oggetti sotto i nuovi vincoli “ecologici”, “naturali”. I quali vincoli sono poi uno solo: soddisfare i bisogni umani – di abitazione, di calore, di illuminazione, di mobilità, di informazione – con “minori” consumi di energia e di metalli, di plastica, di carta, eccetera.
Uno dei successi della nuova svolta è la “iperautomobile” progettata dai Lovins fra le nevi del Colorado; una automobile che trasporta le persone a velocita sostenuta con consumi di energia che possono scendere a 50 chilometri con un litro di benzina. Sogni? No, rispondono i Lovins perché simili automobili sono già sulle strade e diventeranno normali quando le grandi industrie si decideranno a costruirle in grande serie secondo le regole di un “capitalismo naturale”, appunto.
I lettori curiosi troveranno i dettagli nell’ultimo libro dei Lovins e nei siti Internet www.naturalcapitalism.org o www.rmi.org. Qualche lettore potrà chiedersi come farà l’imprenditore convertito al “capitalismo naturale” a trovare i soldi per i nuovi stabilimenti, per spiegare agli acquirenti le virtù dell’iperautomobile, dell’iperfrigorifero, del riscaldamento domestico solare? Non occorrerà un intervento statale che orienti, pianifichi, la transizione verso le nuove macchine, i nuovi imballaggi, la nuova edilizia? Mi auguro che il libro appena uscito stimoli un dibattito sull’economia e la tecnologia – e sulla politica – di un futuro vicinissimo; di certo di tale transizione non c’è stata traccia in nessuno dei programmi elettorali dei recenti mesi.

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